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sabato, 16 giugno 2007

Mangiare arabo – La prima guida dei Kebabbari di Torino e provincia

Kebab Il Cairo
Via Cibrario 82/A, Torino
Tel. 011 7575300

Carlo, un mio vecchio amico del liceo, è passato a citofonare sotto casa mia venerdì scorso e mi ha invitato a mangiare fuori per ricordare i bei tempi andati. Ho accettato di buon grado perché Carlo è una di quelle persone che non alza mai la cornetta del telefono, che bisogna sempre rincorrere perché sono troppo pigre e timide per farsi sentire. L’ho trovato invecchiato. Aveva due cerchi neri intorno agli occhi e parlava a voce troppo alta. Si è perso per strada, Carlo. Al liceo studiava molto e bisognava sempre discutere per convincerlo a uscire la sera. In classe però si trovava bene. Era quello che aveva i voti migliori ma non lo faceva pesare, e tutti avevano rispetto per lui, per quanto ridicolo fosse il suo modo di vestire e anche se non veniva in bagno a fumare, non si ubriacava la sera e non correva dietro alle ragazze.
Durante l’università ci eravamo visti poco, una volta all’anno forse, e ogni volta eravamo finiti a parlare del liceo, che lui ricordava come il periodo più bello e coinvolgente della sua vita.
Mentre camminavamo lungo via Cibrario in cerca di un posto dove prendere un kebab gli ho chiesto cosa faceva ora, se anche lui lavorava o se aveva continuato a studiare. Mi ha risposto elusivamente, guardando a terra, e ho preferito lasciare stare.
Siamo arrivati al kebab Il Cairo, poco dopo l’incrocio con Corso Tassoni, un posto gestito da una coppia di egiziani di cui tutti mi avevano detto un gran bene, ma che non mi ero mai deciso a provare. “Va bene qui?” ho chiesto a Carlo.
“Benone”, ha risposto Carlo con un sorriso stupido a tutta faccia. Ci siamo seduti a un tavolino e io sono andato al frigo a prendere due succhi di guava. Ho sfogliato distrattamente il menu e ho ordinato un kebab arrotolato, come faccio sempre quando provo un posto nuovo, perché è un buon indice della qualità. Carlo ha chiesto un piatto vegetariano di falafel e ful.
Il proprietario è un quarantenne egiziano molto alto, con la faccia furba e la pelata scottata al primo sole di giugno. Sua moglie, una signora corpulenta con il velo in testa, sta alla cassa e bada al più piccolo dei loro figli, che sta ancora nella culla. Hanno un garzone che lavora in cucina.
Quando sono arrivati i panini, Carlo mi aveva già stufato con le sue chiacchiere sui nostri compagni del liceo e mi sono concentrato sul cibo. Il Cairo si vanta di essere l’unico kebabbaro a Torino a mettere la cipolla cotta invece che cruda. Bisogna rendergliene atto, il risultato è ottimo. Sgranocchiavo il panino e pensavo che non sarei stato più costretto a scendere al kebab sotto casa, un posto truce dove la carne è vecchia e indigesta, perché quel giorno avevo scoperto un kebabbaro di prima fascia a due passi da via San Donato. Carlo, neppure l’ascoltavo. Quando alla fine mi ha proposto di andare a bere birra ho rifiutato gentilmente e ho aggiunto “mi dispiace Carlo, ma ho già perso troppo tempo, devo occuparmi di affari urgenti, anche questa sera rimarrò fino a tardi seduto davanti al computer a lavorare”.
Ci siamo salutati davanti alla porta del locale, Carlo ha stretto la mia mano troppo forte e poi si è allontanato dalla parte di corso Tassoni. L’ho chiamato da dietro e gli ho detto “Carlo, guarda che devi andare dall’altra parte, abiti ancora in corso Montecucco o sbaglio?” Lui si è dato una pacca sulla fronte, ha biascicato “che testa!”, e se n’è andato nella direzione giusta. Camminava a zig zag, e a guardarlo da lontano sembrava che fosse sempre sul punto di inciampare.

Postato da: buendia a 16:04 | link | commenti (9) |
mangiare arabo

giovedì, 07 giugno 2007

Estate a Torino

Piove sempre, è un vero schifo.
Il cielo è talmente coperto, c'è così poca luce che dobbiamo uscire con la torcia elettrica anche di mattina.
Un mio amico, dall'Inghilterra, ci prende in giro e si vanta di essere abbronzato.
I cani, quando escono, pisciano nelle aiuole del controviale per fare più in fretta, e prima che i loro padroni riescano a portarli ai parchetti tirano e piangono perché vogliono tornare a casa.
Persino gli immigrati non fanno più figli. Si rifiutano di crescere un bambino in un mondo scuro e piovoso come questo.
Chi aveva una casa al mare o in montagna, l'ha venduta per un tozzo di pane.
In un momento di nervosismo, ho distrutto la bici nuova.
Sono così scorato dalla pioggia che finalmente mi sono deciso a cominciare Guerra e pace.
Per tutte queste ragioni, il governo sembra ormai prossimo a cadere.

Postato da: buendia a 10:47 | link | commenti (3) |

venerdì, 11 maggio 2007

Fratello blog

http://kebabmonamour.splinder.com/

Postato da: buendia a 12:43 | link | commenti (2) |
mangiare arabo

martedì, 10 aprile 2007

Mangiare arabo. La prima guida ai kebabbari di Torino e provincia

Pubblichiamo una recensione di Desdina su un kebabbaro di via Calandra il cui nome avevo scordato ma di cui da qualche parte sono sicuro di avere già sentito parlare.

La Belle Epoque
Via Calandra, ang. via Mazzini, Torino

Mido - credo sia il suo nome, io ho sempre sentito che la gente lo chiama così - è un ragazzo egiziano sulla trentina che sta mettendo su una vera catena di kebabbari.
È tutto iniziato col primo negozietto in via calandra, quasi angolo con via Mazzini, che si chiama La Belle Epoque. Ne avrai sentito parlare di sicuro. Chiunque sia compreso in una fascia di età tra i 10 e i 40 anni, e sia di Torino, prima o poi ci passa.
Lì lui passa la vita, lo vedi spesso stanchissimo e a volte brusco dati gli orari impensabili. Il kebab è un po’ occidentalizzato: ci mette varie salse, tra cui anche il ketchup. Ma è davvero buonissimo. Il negozio è sempre pieno e questo gli ha permesso dopo un po’ di tempo di aprirne un altro in via Mazzini, vicino alla videoteca Video In.
All’inizio di quest’anno ha aperto anche un ristorante in via Vanchiglia. Sta facendo affari.

Postato da: buendia a 23:25 | link | commenti (4) |

lunedì, 02 aprile 2007

Mangiare arabo. La prima guida ai kebabbari di Torino e provincia

Horas Kebab
Quartiere di San Salvario, Torino

Il kebabbaro Horas, vicino a piazza Madama, nel cuore del quartiere San Salvario, è diventato un’istituzione a Torino. Alcuni dicono che riesca a fare concorrenza perfino a quello di Via Milano. E’ aperto sette giorni su sette, tutta la notte nei weekend, ed è sempre pieno.
Io non frequento lo stadio e non ho avuto il piacere di esserne testimone, ma un’amica mi ha giurato che una pubblicità del kebab Horas è apparsa sul grande schermo, con tanto di annuncio dall’altoparlante.
Il proprietario è un marocchino sui trenta, trentacinque anni, smilzo, sorridente e gentile. Si chiama Karim e nonostante guadagni una barca di soldi è sempre dietro al banco a preparare panini. Ha inventato il panino al ful, la prelibata crema di fave che è tipica un po’ in tutti i paesi arabi. E’ difficile da mangiare, la crema schizza da tutte le parti e a dire il vero non lo prende quasi nessuno. Ma gliene sono riconoscente lo stesso.
Ieri notte, erano le quattro di mattina e riposavamo le nostre membra stanche, è arrivato al nostro tavolo a portarmi il panino ful. Matteo aveva appoggiato la guancia al muro e si era appisolato. Karim ci ha fatto segno di fare silenzio, si è avvicinato e ha sbattuto una sedia forte contro quella di Matteo. Siamo scoppiati a ridere mentre Matteo era rimasto imbambolato a chiedersi se l’avesse fatto apposta oppure no.
Karim ha dato a Matteo un buffetto sui capelli. Poi è andato al banco, ha preso un bicchiere di tè e l’ha portato a Matteo. Così ti svegli, ha detto.
A Matteo non piace il tè, ha aspettato un paio di minuti e poi me l’ha passato. Ci voleva proprio, dopo il panino.

Postato da: buendia a 13:21 | link | commenti (6) |
mangiare arabo

venerdì, 16 marzo 2007

Amaro

Oggi sarebbe toccato a qualcun altro andare in carcere, ma tutti non possono o sono malati, quindi mi sono svegliato non troppo presto né troppo tardi, mi sono fatto imprestare la macchina da mio padre, ho stampato i commenti che i visitatori hanno lasciato nel sito e sono andato in carcere.
Come al solito, intorno al tavolino all’inizio del corridoio della sezione sedevano diversi detenuti a chiacchierare e ammazzare il tempo. C’erano Marco e Domenico assieme a due nuovi arrivati. Poi è venuto Antonio, la maggior parte dei commenti era per lui.
Domenico mi ha invitato a prendere un caffè nella sua stanza. Non me l’aspettavo. Per la prima volta sono entrato in una cella. I detenuti della sezione Prometeo, sieropositivi, sono privilegiati e hanno una stanza singola. Domenico ha messo la moka sul fornellino da campeggio, nello stanzino ricavato da un’apertura della parete di destra, dove ci sono il lavandino e il cesso.
La stanza è più o meno grossa coma la mia di Rodenkirchen a Colonia, quando ero in Erasmus. Sembra la stanza di un adolescente, con tanti particolari puramente decorativi, creati uno dopo l’altro per rendere la camera sempre più strana e bella.
Domenico mi ha offerto un kinder cereali. Io prima hi rifiutato, poi ho cambiato idea e ne ho mangiato metà. Mi ha portato il caffè su un vassoio. Accanto ai due bicchierini di vetro con il caffè ha messo due bicchierini di acqua minerale, come al bar.
Li ha posati sul tavolino vicino al letto, e ha detto che si dà delle arie perché ha fatto il cameriere. E’ stato anche in Germania. Ha vissuto a Düsseldorf, non lontano da dove sono stato anche io per un anno e mezzo.
Lavorava in una gelateria italiana e non ha imparato il tedesco. Il suo migliore amico è Giobbe, che è anche il suo coimputato. Si sono conosciuti un anno fa alla Prometeo, poi quando sono usciti hanno vissuto insieme per un po’, sono ricaduti nella droga e hanno tentato una rapina assieme, che è andata male.
Giobbe i primi giorni in cui era tornato in sezione sembrava a pezzi, non parlava quasi e teneva gli occhi a terra.
Domenico è triste mentre mi racconta queste cose. Si strofina gli occhi. Lui che passa il tempo a fare scherzi, soprattutto sulle ragazze. Lui che quando arriviamo in sezione ci chiede: ma che faccia hai, che cosa hai fatto, sempre a perdere tempo dietro alle donne... Già una volta mi era capitato di rimanere solo con lui. Lo avevo incontrato nel bagno del teatro. Mi aveva detto che voleva rimettersi a posto, cambiare vita. Questo prima dell’indulto.
Anche quella volta mi ero accorto della sua fragilità, di quel fondo amaro.

Postato da: buendia a 09:55 | link | commenti (1) |
ristretto

sabato, 10 marzo 2007

Neokebab

L’altro giorno, tornando da lavoro, sono passato con la bicicletta davanti al kebabbaro di via Milano. E’ più o meno sulla strada ora che lavoro in centro. Mi sono fermato e ho appoggiato la bicicletta al muro di fianco alla vetrina. Non osavo entrare, mi sono limitato a guardare attraverso i muri. C’era un cameriere che non avevo mai visto.
All’improvviso è uscito fuori Ching e mi ha chiamato per nome. Ma dove sei finito, ha chiesto. Eh, il lavoro. Ho balbettato qualcosa. Guardavo verso la bicicletta e se non avesse detto niente avrei preso e me ne sarei andato.
Ma Ching non ha voluto sentire ragioni, mi ha condotto dentro e ha fatto preparare un grosso piatto kebab. Ho dato un’occhiata al menu, c’erano un sacco di portate nuove. Perfino i gamberetti fritti. Quando gli ho chiesto spiegazioni, Ching ha sorriso, e ha detto che da qualche parte bisogna pure incominciare per ridare dignità alla ristorazione cinese.
E’ più grasso di una volta, ha gli stessi occhi lontani, come quei cani grassi con la pelle che casca sulla fronte. Quando ho fatto per pagare, Ching si è messo a ridere e ha riaccompagnato le mie mani dentro il portafoglio.
Sono uscito e la mia bici era ancora lì, nonostante avessi dimenticato di legarla.
Era già tardi ma ho pedalato lentamente per le strade del quadrilatero romano.

Postato da: buendia a 12:43 | link | commenti |
mangiare arabo

giovedì, 08 febbraio 2007

My working days are over

Un paio di settimane fa l'ultima riunione della casa editrice dove lavoro, che per discrezione chiameremo con un nome inventato, mettiamo Polonia Stampe Editoriale. Francesca Maria Baudolino, proprietaria della Polonia, si dà un tono da donna da sinistra, ma è pagata da un'azienda più grossa per assumere dei precari e sfruttarli per quanto possibile. La sua povera natura umana le permette di assolvere il suo compito e a fare anche qualcosa di più. Ha un approccio molto informale con i suoi dipendenti, fuma come un turco, è un'automobilista verace che si lamenta dei ciclisti.
Durante la riunione la Baudolino, che si dà arie da grande imprenditrice, ha comunicato ai suoi già provati dipententi che bisognava continuare a tirare la corda perché l'azienda era in difficoltà.
Alberto e Carla, che come me fanno parte degli impaginatori grafici, il gruppo più caricato di straordinari e stress, privo per definizione di solidarietà al suo interno, avevano accennato qualche timida protesta ma erano quasi subito tornati nei propri ranghi.
Io osservavo tranquillo la scena, rilassato e distante, questa volta. Mi sentivo quasi un esterno perché ho già presentato le dimissioni e me ne andrò alla fine del periodo di preavviso.
Non mi sorpresi neanche più quando la riunione prese la solita piega. I dipendenti della Polonia, piuttosto che prendersela con chi di dovere, criticavano i loro "colleghi" privilegiati che lavorano per l'azienda più grande, quella che dà il lavoro in subappalto alla Baudolino.
Ora, è vero che questi cazzeggiano volentieri e producono poco, un po' perché un tempo erano dipendenti pubblici, un po' perché un cinquantenne difficilmente sa usare il computer come uno di venti. E' diventata una questione generazione, questa dei computer.
E' vero, anche, che sono dei privilegiati, nel senso che hanno dietro i sindacati e vengono pagati relativamente bene.
Però vedere dei ragazzi di venti, venticinque anni, precari, che in pratica sono dell'idea che una persona che ha trent'anni di lavoro alle spalle, per non parlare della famiglia, è inefficiente e non si merita il lavoro, fa un po' impressione.
Forse i sindacati non sono al passo con i tempi, e probabilmente neppure i miei colleghi "più grandi" lo sono. Però dio santo, se c'è un nemico non è da quella parte, questo no.
La Baudolino, che ha ascoltato le proteste di Alberto e Carla, a cui si sono uniti tutti gli altri, sui colleghi dell'azienda che non fanno abbastanza, insiste e rincara la dose. E' suo interesse che le ostilità siano dirette in un'altra direzione.
Io, che sono rimasto a guardare in silenzio, con le mani in tasca, la schiena appoggiata al muro, sul momento ho voglia persino di ridere. ma poi per tutta la giornata rimango nervoso, imbronciato, e ho dei pensieri nella testa.

Postato da: buendia a 13:55 | link | commenti (7) |
precariato

mercoledì, 03 gennaio 2007

Sacre letture

Da qualche tempo mi sono messo in testa di leggere la Bibbia. A volte la lascio da parte per giorni e giorni, leggo qualcos’altro, a tratti mi lascio prendere dalla Genesi o dall’Esodo come se fosse un romanzo. Non sono mai stato credente e neppure i miei genitori, da piccolo facevo alternativa già in prima elementare, non sono mai stato a catechismo: per me sono storie più o meno nuove.
Le prime pagine sono noiose ma da Abramo in poi mi sono appassionato. Come molti dicono, c’è molta violenza e sesso, ma anche tante storie umane e un dio che tutto sommato mi è simpatico. E’ buono con Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe solo perché fanno parte della stirpe prescelta, solo perché è il loro dio. Loro commettono azioni che non possiamo dire buone, dio li incoraggia e spesso li facilita nei loro inganni.
Il mio preferito è Giacobbe. Figlio di Isacco, gemello di Esaù, esce per secondo dal grembo della madre e perciò è condannato alla secondogenitura. Ma un giorno Esaù, grande e grosso, superbo cacciatore e guerriero, torna dalla caccia con una fame talmente grande da convincerlo a cedere al fratello i suoi diritti di primogenito in cambio di un piatto, se non ricordo male, di lenticchie.
Un piatto di lenticchie per la primogenitura! Non è solo l’astuzia a premiare Giacobbe: dio è con lui (dio sa quanto vale un piatto di lenticchie la sera, tornati dal lavoro).
A un certo punto della sua vita Isacco, ormai vecchio e quasi cieco, decide di benedire il suo prediletto Esaù. Ma anche questa volta Giacobbe, aiutato dalla madre Rebecca e dalla sua proverbiale faccia tosta, riesce a imbrogliare il gemello Esaù. Isacco ha detto a Esaù di andare a caccia e di cucinargli la selvaggina, così che dopo aver dato da mangiare al padre verrà benedetto. Mentre Esaù è via, Giacobbe ammazza un capretto e prepara la pietanza per il padre. Ma se si presenterà a lui fingendo di essere Esaù verrà smascherato dal padre, dal momento che la sua pelle è glabra mentre quella di Esaù è irta di peli. Così si ricopre le braccia e il collo con la pelle del capretto. Il padre sul momento nota qualcosa di strano, ma quando sente il pelo caprino non può avere dubbi: “Figlio mio, tu sia benedetto, dio ti conceda terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto”.
Giacobbe è destinato a una vita di glorie; il povero Esaù, che torna con la selvaggina proprio quando il fratello aveva lasciato il giaciglio del padre, è costretto invece a uscire di scena. Uccellato dal fratello e dalla madre, e abbandonato, o quasi, da dio.

Postato da: buendia a 17:57 | link | commenti (10) |
sacre letture

domenica, 10 dicembre 2006

Precario per davvero

Quando non trovo un collega che mi dia un passaggio, mi sveglio alle sei e mezza e alle sette sono sotto casa a slegare la bicicletta. Ci sono poche macchine per strada. In dieci minuti sono in corso Lecce, dove passa il pullman aziendale. Alle otto raggiungo gli uffici, appena fuori Torino. Devo fare straordinari tutti i giorni, per un totale di cinquanta ore la settimana. A volte mi chiedono di lavorare il sabato ma cerco di rifiutare.
Lavoro in un grosso stabilimento, ma in realtà sono dipendente di una piccola casa editrice torinese che è meglio lasciare anonima. La casa editrice ha in subappalto una parte dell’impaginazione degli spazi pubblicitari sulle Pagine Gialle e le Pagine Bianche di Seat in tutta Italia.
Faccio l’impaginatore grafico.
L’appalto vero e proprio è della grossa azienda che ci ospita. Una volta quest’azienda era pubblica e i suoi dipendenti hanno mantenuto contratti, sindacalizzazione, privilegi e lassismo dei tempi in cui erano statali. Così, per produrre quanto serve, a questa grossa impresa conviene, piuttosto che assumere gente nuova, pagare qualcun altro (il proprietario della casa editrice) per prendere gente giovane, non sindacalizzata, sottopagata, alcuni in nero, altri, come me, con un contratto da apprendista quando apprendista non è.
E’ un bello spaccato del mondo del lavoro. Una minoranza non sindacalizzata che produce, una maggioranza protetta che produce poco e guadagna molto. Il tutto è possibile perché una piccola casa editrice di sinistra è disposta a prestarsi per questa operazione.
La mia capa, proprietaria della casa editrice, imposta i lavori in maniera simpatica e informale e ce lo mette ogni giorno candidamente un poco più nel culo.
Un mio collega, un ragazzo di ventidue anni che come me è costretto a fare straordinari per rispettare le commesse, l’altro giorno durante una pausa ha chiesto scherzosamente alla capa quando gli darà un aumento. Lei ha risposto con il suo solito modo di fare, brusco e amichevole, che non ci provi a chiedere queste cose, perché lo stipendio di lei è uguale al suo.
Io le sarei saltato alla gola, ma cerco di avere pazienza. Per fortuna ho trovato un lavoro bello e interessante e tra un mesetto mi licenzio. Non ditelo a nessuno prima che dia il preavviso.

Postato da: buendia a 11:46 | link | commenti (9) |
precariato